Cos’é lo stress?

Lo stress é un processo biologico e psicologico di adattamento e apprendimento per l’ uomo.

Quando il percorso stressante non si conclude rapidamente e sii protrae nel tempo senza una soluzione, si innesca un meccanismo biologico patologico che porta conseguenze nocive per il corpo e il cervello I sintomi più frequenti sono: ansia, insonnia o ipersonnia, irritabilità, stanchezza, facile affaticabilità, inappetenza o iperfagia, sensazioni di sbandamento.vertigini, sensazione di tensione ai muscoli del collo e delle spalle, palpitazioni, difficoltà di respiro nodo alla gola,alvo irregolare. I ritmi incalzanti del nostro vivere quotidiano conducono frequentemente le persone a vivere in uno stato stressante cronico che esita in sintomi fisici e psichici.Quando ciò accade la prima preoccupazione di una persona è di temere di soffrire di una malattia del cuore o della tiroide,o dell’intestino, o dei polmoni ecc..Quando le indagini mediche finiscono per escludere una patologia specifica a carico di qualche apparato del corpo, si conclude dicendo che i sintomi lamentati sono di origine “nervosa”.Di fronte a queste conclusioni diagnostiche,molte persone rimangono disorientate e pensano “non sono matto io”!Purtroppola divulgazione delle conoscenze derivate dalle recenti ricerche neurobiologiche non è ancora molto diffusa tale delle ricerchneurobiologiche sul cervello da fugare antichi pregiudizi. Inoltre il cervello è la parte più intima e inviolabile di noi stessi per cui risulta difficoltoso accettare che un estraneo,anche se si tratta di un medico specialista o di un farmaco,intervenga su di esso. Una maggiore divulgazione delle ricerche neuroscientifichc permetterà di trovare una migliore confidenza con questi aspetti patologici che tendono sempre più a fare parte della vita quotidiana e risolvere in breve tempo dei malesseri che altrimenti si trascinano per anni.

Lo stress, negli animali e nell’uomo, è un processo naturale di difesa di fronte a un pericolo, e al tempo stesso è un processo di apprendimento. Il suo scopo è l’adattamento e la sopravvivenza della specie. Il processo consiste in fenomeni neuro-biologici e psicologici che aumentano gli ormoni delle ghiandole surrenali, le catecolamine e gli ormoni tiroidei.

Gli agenti stressanti, fisici o psichici, agiscono sulla corteccia sensoriale e associativa, sul sistema limbico, sull’asse ipotalamo-ipofisi, che elaborano le informazioni. Queste aree cerebrali influenzano, attivandoli, diversi assi neuro-endocrini: ipofisi-cortico-surrene, ipotalamo-midollo surrenale, ipotalamo-ipofisi-tiroide, ipotalamo-ipofisi-gh, ipotalamo-ipofisi-gonadi. Ne risulta un aumento in particolare del cortisolo, dell’adrenalina e della noradrenalina.

Queste modificazioni comportano un aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della gittata sistolica e cardiaca, e un aumento delle resistenze vascolari periferiche tese a ridurre la perdita di sangue dalle eventuali ferite. Inoltre si eleva l’attività reninica plasmatica, si sentono meno gli stimoli urinari, si inibisce la secrezione gastrica, si eleva l’attività del sistema nervoso vegetativo orto-simpatico e si riduce l’attività del sistema nervoso vegetativo parasimpatico.

Il risultato è il miglioramento di alcune funzioni come l’attenzione, la vigilanza, l’apprendimento, la memoria. Per esempio, prima di una prova d’esame, la concentrazione aumenta a tal punto da potenziare enormemente la capacità di ricordare, di fare associazioni tra i concetti, di sentire meno la stanchezza, di ricordare le informazioni immagazzinate.

Il processo legato allo stress migliora inoltre prestazioni come il comportamento locomotorio. Per esempio, di fronte a un’aggressione fisica si mettono in moto energie che possono condurre a una reazione aggressiva di lotta o a una reazione difensiva di fuga.

Inoltre diminuisce l’appetito, varia il ritmo sonno-veglia in favore di una maggiore attività di vigilanza, aumenta la glicemia, si inibisce l’attività sessuale, aumenta la liberazione dei peptidi oppioidi da parte dell’ipofisi, con ridotta sensazione del dolore.

Da studi approfonditi condotti sui reduci della guerra del Vietnam, ma anche nell’esperienza individuale delle persone traumatizzate da incidenti stradali, si è rilevato che nell’occorrenza del momento traumatico l’individuo non sente il dolore.

Più è grave l’evento stressante meno specifica e differenziata è la risposta individuale. Ad esempio, in un evento catastrofico come il terremoto le persone hanno per lo più lo stesso comportamento, cioè la fuga. Minore è l’intensità dello stimolo di stress più specifica e differenziata è la risposta individuale. Ad esempio, di fronte ad una aggressione c’è chi reagisce con un comportamento attivo, che può esprimersi attaccando oppure fuggendo; c’è chi invece attiva un atteggiamento difensivo chiamato freezing (congelamento) che porta a una sorta di insensibilità. In altri casi si produce una dissociazione emotiva che allontana l’evento stressante, quasi fosse un film, preservando così la relazione con gli altri aspetti della realtà.

Se lo stress è breve si conclude con un’attivazione dei meccanismi cognitivi di apprendimento, un adattamento somatico e comportamentale mediato dall’attività dopaminergica. Se è prolungato, la protratta esposizione a livelli tossici di glucocorticoidi, in particolare del cortisolo, determina, soprattutto sull’ ippocampo, un’alterazione dei recettori serotoninergici 5HT1 e 5HT2.

La difettosa attività di trasmissione neurochimica conduce, attraverso una modificazione genica, alla mancata produzione dei fattori di crescita neuronali e all’atrofia e morte dei neuroni.

I sintomi da stress cronico sono numerosi: ansia, insonnia,irritabilità, stanchezza, facile affaticabilità, appetito scarso o eccessivo, sensazioni di sbandamento, vertigini, sensazione di tensione ai muscoli del collo e delle spalle, palpitazioni, difficoltà di respiro, nodo alla gola, difficoltà digestive, alvo stitico o diarroico.

E’ dannoso rimanere a lungo in uno stato di stress cronico pensando di farcela da soli o che prima o poi il disagio passerà da solo, perché è facile che lo stress esiti in una patologia psico-organica (depressione, attacchi di panico con claustrofobia e/o agorafobia, disturbi cardiocircolatori, malattie infiammatorie che diventano più frequenti a causa di un deficit immunitario, soppressione dell’attività delle cellule naturali killer).

Interrompere i cicli patologici dello stress 

L’importante è curarsi!

Se una persona predilige i rimedi omeopatici, le cure con le erbe o i trattamenti rilassanti, può seguire queste strade; se però i sintomi non scompaiono, è opportuno ricorrere ai nuovi psicofarmaci, che sono il risultato delle più brillanti ricerche neuro-scientifiche degli ultimi anni.

Gli psicofarmaci sono delle droghe? Danno dipendenza ?

Per rispondere a queste domande è necessario illustrare cinque concetti legati all’uso dei farmaci e delle droghe.

1) ABUSO: quando la neurotrasmissione chimica del cervello è alterata in modo tale che il comportamento del soggetto può risultare pericoloso per sé e per gli altri e conduce a un disagio clinicamente significativo, significa che si è superata la soglia del semplice uso e si è raggiunto l’abuso.

2) RINFORZO E GRATIFICAZIONE: le droghe possiedono varie proprietà di rinforzo che sono gratificanti per l’individuo e portano all’autosomministrazione ripetuta fino all’intossicazione; ne conseguono aggressività, modificazioni dell’umore, compromissione delle capacità cognitive o di giudizio e delle funzioni sociali e occupazionali.

3) ADDICTION (detta anche uso compulsivo e dipendenza): è una condizione di neuroadattamento prodotto dalla ripetuta assunzione di una sostanza che necessita di continue somministrazioni per prevenire sintomi di astinenza.

4) ASTINENZA: si intende l’insieme delle reazioni avverse, fisiche e psichiche, che si scatenano dopo l’improvvisa interruzione di una sostanza che ha prodotto la dipendenza. E’ molto importante distinguere l’astinenza dal rebound, termini spesso confusi. Entrambi sono legati a modificazioni neurochimiche che mediano la dipendenza.

5) REBOUND: si presenta in pazienti che hanno assunto un farmaco per ragioni terapeutiche e lo interrompono improvvisamente. In questo caso i sintomi ricompaiono in forma più accentuata. L’astinenza è invece riferita all’interruzione nell’uso delle droghe e si manifesta con forte desiderio per la sostanza, disforia (oscillazioni dell’umore), segni di iperattività del sistema nervoso simpatico. Molti farmaci possono produrre rebound: per esempio, gli anti-ipertensivi quando vengono sospesi bruscamente possono portare a un ritorno dell’ipertensione con valori più elevati rispetto a quelli iniziali.

Questo vale anche per le benzodiazepine: quando si interrompe la terapia si verifica un’accentuazione degli attacchi di panico. In entrambi i casi non si tratta di astinenza o di addiction, ma appunto di rebound. Si capisce dunque come sia importante avere chiara la distinzione tra dipendenza, addiction e astinenza.

Via dopaminergica mesolimbica e psicofarmacologia della gratificazione

La via dopaminergica mesolimbica è il punto finale comune di rinforzo e gratificazione del cervello. Potrebbe essere il centro del piacere del cervello. Molti sono i modi per stimolare fisiologicamente i neuroni dopaminergici mesolimbici a rilasciare dopamina: dal successo di una prestazione intellettuale, lavorativa, atletica al piacere di leggere un libro, ammirare un’opera d’arte, ascoltare una sinfonia, all’esperienza dell’innamoramento e all’orgasmo.

Gli aumenti di concentrazione della dopamina sono definiti “picchi naturali” e sono prodotti da una grande quantità di sostanze naturali in grado di stimolare la via dopaminergica mesolimbica .

Queste sostanze sono: la morfina-eroina endogena (endorfine), la marijuana cerebrale (anandamide), la nicotina cerebrale(acetilcolina), la cocaina-anfetamina cerebrale, la stessa dopamina. Il cervello utilizza abitualmente neurotrasmettitori naturali che somigliano alle sostanze d’abuso. Per una persona che abusa di sostanze, ottenere una gratificazione in modo naturale non è significativo, dato che una gratificazione molto più intensa può essere ottenuta in breve tempo e a richiesta con sostanze d’abuso anziché tramite i picchi naturali del sistema intrinseco cerebrale.

A differenza di un picco naturale, la gratificazione prodotta dalle droghe si riflette in un bagno straordinario di dopamina sui siti postsinaptici D2 del sistema libico, ma richiede quantità sempre maggiori di sostanze d’abuso per produrre gli stessi livelli di dopamina; così l’individuo è indotto a dar inizio al circolo vizioso della tossicodipendenza.

Sembra esserci un range terapeutico ottimale entro il quale la stimolazione dei recettori dopaminergici del sistema libico diviene gratificante.

Il rischio di diventare tossicodipendente può dipendere dalla quantità di recettori che l’individuo possiede. Si ipotizza che le persone che vanno incontro a tossicodipendenza abbiano nelle aree mesolimbiche un minore numero di recettori per la dopamina e per una data sostanza. All’inizio, l’assunzione di una sostanza non produce un grande effetto, ma diventa sempre più gratificante man mano che la dose viene aumentata. Si pensa che nei soggetti con pochi recettori per una data sostanza, il sistema endogeno di gratificazione non funzioni tanto bene anche in condizioni normali. Questo potrebbe predisporli a cercare nelle sostanze d’abuso il compenso a una ridotta attivazione dei circuiti di gratificazione.

Studi negli alcolisti, nei cocainomani e in coloro che abusano di anfetamine mostrano che una ridotta risposta iniziale è predittiva di un elevato rischio d’abuso, mentre una reazione iniziale abnorme è predittiva di un basso rischio d’abuso. Per esempio un giovane timido, apatico e annoiato, con scarsi e fugaci interessi, con difficoltà di concentrazione, se incontra la droga può diventare più facilmente tossicodipendente.

Quali differenze, a questo punto, possono essere individuate tra droghe e psicofarmaci?

In entrambi l’assunzione parte da un disagio o da una sofferenza più o meno riconosciuta e, dal punto di vista neurobiologico, da un’alterazione neuro-recettoriale. Entrambi aiutano a superare le difficoltà emotive.

Tuttavia, le droghe per mantenere nel tempo questo risultato necessitano di un aumento progressivo del dosaggio, gli psicofarmaci, e in particolare gli antidepressivi, una volta raggiunto il range terapeutico non richiedono un costante incremento della dose. Inoltre, la brusca interruzione delle droghe produce sintomi non presenti prima dell’assunzione.

Questi fenomeni hanno una ragione neurobiologica. Le droghe determinano nei circuiti mesolimbici un aumento progressivo del numero dei neurorecettori per una data sostanza. Questi recettori così numerosi hanno sempre più fame del loro neurotrasmettitore (cocaina, anfetamina, alcol, ecc.).

Gli psicofarmaci si trovano in una situazione opposta. Infatti un disagio psicologico corrisponde nel cervello ad un aumento di numero di recettori in alcuni sistemi come quello serotoninergico, dopaminergico, noradrenergico. Il farmaco, attraverso un lungo percorso della durata di circa 30 giorni, determina una normalizzazione dei recettori di un dato sistema.

Sotto il termine di psicofarmaci si raccolgono molte categorie farmacologiche:

1) Ansiolitici e sonniferi, detti tranquillanti minori, che farmacologicamente appartengono alla classe delle benzodiazepine.

2) Antidepressivi, che farmacologicamente si distinguono in 3 gruppi diversi: triciclici, serotoninergici o ssri e gli anti-mao.

3) Antipsicotici, costituiti dai neurolettici classici o tipici e da una recente categoria di antipsicotici detti atipici.

4) Stabilizzatori dell’umore, come il litio, il valproato e la carbamazepina ecc..

Per il nostro confronto con le droghe prendiamo in considerazione solo il primo gruppo, cioè quello degli ansiolitici o tranquillanti minori. Gli altri gruppi non producono dipendenza e abuso, pertanto verranno esclusi dal nostro discorso. I tranquillanti minori sono ottimi farmaci, di pronto effetto, cioè calmano subito l’ansia o inducono rapidamente il sonno; se autosomministrati, in soggetti predisposti, possono dare dipendenza, tolleranza, aumento del dosaggio con risultati dannosi per l’individuo. Inducono diminuzione della memoria, dell’attenzione, dei riflessi, dell’equilibrio e possono causare depressione. Vanno assunti su prescrizione medica e sottoposti a periodici controlli tesi a verificare:

1) la reale necessità di assunzione;

2) l’abuso;

3) la presenza dei sintomi sopra citati;

4) l’eventuale introduzione nella terapia di un antidepressivo di nuova generazione serotoninergici.

Conclusioni: Lo stress è un processo biologico e psicologico di adattamento e apprendimento per l’ uomo. Quando il percorso stressante non si conclude rapidamente e sii protrae nel tempo senza una soluzione, si innesca un meccanismo biologico patologico che porta conseguenze nocive per il corpo e il cervello I sintomi più frequenti sono: ansia, insonnia o ipersonnia, irritabilità, stanchezza, facile affaticabilità, inappetenza o iperfagia, sensazioni di sbandamento.vertigini, sensazione di tensione ai muscoli del collo e delle spalle, palpitazioni, difficoltà di respiro nodo alla gola,alvo irregolare. I ritmi incalzanti del nostro vivere quotidiano conducono frequentemente le persone a vivere in uno stato stressante cronico che esita in sintomi fisici e psichici.Quando ciò accade la prima preoccupazione di una persona è di temere di soffrire di una malattia del cuore o della tiroide,o dell’intestino, o dei polmoni ecc..Quando le indagini mediche finiscono per escludere una patologia specifica a carico di qualche apparato del corpo, si conclude dicendo che i sintomi lamentati sono di origine “nervosa”.Di fronte a queste conclusioni diagnostiche,molte persone rimangono disorientate e pensano “non sono matto io”!Purtroppola divulgazione delle conoscenze derivate dalle recenti ricerche neurobiologiche non è ancora molto diffusa tale delle ricerchneurobiologiche sul cervello da fugare antichi pregiudizi. Inoltre il cervello è la parte più intima e inviolabile di noi stessi per cui risulta difficoltoso accettare che un estraneo,anche se si tratta di un medico specialista o di un farmaco,intervenga su di esso. Una maggiore divulgazione delle ricerche neuroscientifichc permetterà di trovare una migliore confidenza con questi aspetti patologici che tendono sempre più a fare parte della vita quotidiana e risolvere in breve tempo dei malesseri che altrimenti si trascinano per anni.

A cura della Dr.ssa Marcella Pedrelli